lunedì 1 febbraio 2016

spaghetti pollo insalatina

    

    Giulio gira in tondo, lo sguardo stanco sui tavoli pieni. 
    Il vassoio in mano, gli occhiali che gli scendono sul naso, la bottiglietta d'acqua in equilibrio precario sul vassoio. Se c'è una cosa che odia, è fare le cose che fanno tutti nel momento in cui le fanno tutti. Sbuffa.
    Una ragazza bionda che somiglia a sua nipote gli fa un cenno con la mano. Indica il posto vuoto di fronte a lei.
   
Non mi piace mangiare da sola.
   
Dio la benedica...
   
Mi dia pure del tu.
   
Sa chi mi ricorda?
   
Sua nipote?
   
Anche... Ma, soprattutto, una donna che ho conosciuto a Parigi negli anni Sessanta.
   
Era una bella donna?

    Spaghetti, pollo, insalatina: questo è quello che ordinava tutte le sante volte, quando veniva a cena da Carmine l'Italiano. Io lo so, perché lavoravo lì. Davo una mano in cucina o ai tavoli, e ogni martedì e giovedì sera la intravedevo arrivare, appena uscita da una di quelle brasserie jazz sotto Pigalle, che facevano tanto Detroit. Colorata di stanchezza e adrenalina; vestita ma non troppo; accompagnata ogni volta da un uomo, difficilmente lo stesso della volta prima.
    Se potevo, a un certo punto della serata, trovavo una scusa per sgusciare via dalla cucina, con finta noncuranza, senza dare nell'occhio, come fanno
negli assoli jazz i jazzisti quelli bravi. Sfilavo dietro le piante e il televisore e facevo giri inutili per spiarla. Aveva un suo tavolo preferito: lato ovest, angolo finestra.
    Finché una sera, magicamente
con una mossa ardita da free jazz sciolse i capelli e si presentò da sola. Carmine la accolse con un mezzo inchino. Io ero a mio modo un bel giovane: spalle larghe, occhi stretti, fascino mediterraneo. Cercai di usarlo, sorridendo a ogni portata e rischiando qualche battuta sul tempo e la politica. Quando si alzò da tavola e si allontanò, sorrideva anche lei. Ha dimenticato la ricevuta sul tavolo, le gridai dietro.

    Una tazzina di caffè, qualche mese dopo, cambiò almeno due vite e ne interruppe una terza.
    Con Lola, avevamo passato giorni favolosi. Se c'era sole, passeggiavamo per i Grands Boulevards, se c'era pioggia ci riparavamo nei Passages Couverts. Se faceva freddo o ci veniva voglia, ci rinchiudevamo da me. Sembravamo adolescenti, e in fondo un po' io lo ero. Una volta, mentre facevamo l'amore, l'avevo fissata e le avevo chiesto Mademoiselle, volete sposarmi? Lei aveva continuato a farsi fare l'amore e, fissandomi, aveva risposto Oh yeah.
    Ma poi
scriverebbe Baricco la vita sceglie traiettorie sue, non sta mica a interpellarci; tu sei giovane, ma l'avrai già scoperto anche tu.
    Si chiamava Arnaud ed era un clarinettista nero con due polmoni spaziali. Suonava swing o suonava jazz, a seconda delle sere, e il suo fiato e la voce di Lola sembravano fatti apposta per svolazzare insieme nell'aria dell'Olympia. Un paio di volte, andai a vederli esibirsi: era come se, mentre suonavano e cantavano, in realtà conversassero, se la raccontassero, si dicessero cose. Tu spettatore, avevi quasi paura di essere di troppo.
    Qualche settimana dopo, Arnaud, lo trovarono morto nella sua camera d'albergo. Un infarto, si disse. Strano, si commentò. Chi se lo sarebbe mai aspettato, per un trentacinquenne che era un armadio e aveva due polmoni come i suoi?




    A malapena riesco a mandar giù qualcosa, quando sono nervoso. Quella mattina (perché questa non è soltanto una storia di pranzi e di cene, ma è anche sporadicamente una storia di colazioni) non riuscii ad ingoiare neppure un biscotto.
    Devo parlarti, mi aveva annunciato Lola dopo cena. Andiamo da me?, le avevo proposto.
    Non se la sentiva di andare avanti, le cose non erano più come all'inizio, questa storia bisognava finirla perché in realtà, se per caso non me ne ero accorto, era già finita da un pezzo e stava solo aspettando (lei, la storia) che noi (noi due) ce ne rendessimo conto. I discorsi che fanno le donne quando dovrebbero dire che sono innamorate di un altro e, anziché dire quella frase semplicissima, fanno dei ghirigori di parole assurdi che tirano dentro le storie, l'amore, le vite.
    C'è dell'altro?, le avevo chiesto. No che non c'è dell'altro, aveva risposto.
    Invece sì, che c'era dell'altro. Quando voi donne parlate delle storie 
scriverebbe Fabio Volo anziché di chi le vive e le muove, c'è sempre dell'altro. Però, in questo caso, Lola andava capita e giustificata, e magari persino un po' coccolata.
    Invece sì che c'è dell'altro, le avevo detto. C'è che tu eri innamorata di Arnaud.
    Avevamo passato la notte abbracciati ma senza fare l'amore, come una bambina cresciuta e un padre giovane. Al mattino, le avevo preparato la colazione.

    Invece ti ricordi della prima sera? Lei che arriva da sola e siede al solito tavolo? Io che sorrido e scherzo sul tempo e la politica? Lei che lascia sul tavolo la ricevuta del ristorante?
    Passai la notte a rigirarmi quel pezzo di carta tra le mani. Dopo un'ora, avevo imparato il suo numero a memoria e avrei saputo riprodurre la sua firma con precisione da falsario. Aspettai che fosse mattina; aspettai che fosse un orario decente; telefonai.
    Ti chiami Lola, le dissi.
    E tu invece sei italiano, disse lei, come se per un italiano non servisse anche un nome.

    Che appetito insieme a te, stasera. Ti confesso una cosa: neanche a me piace mangiare da solo. A mangiare da soli, finisce che uno si intristisce, guarda il piatto, conta gli anni, e allora il cibo se ne accorge, e si raffredda e raggruma. Invece, mangiare in compagnia fa bene al cuore e stimola la digestione; non dimenticartelo mai.
    In quei mesi, con Lola ci lanciavamo in abbuffate epiche. Le piacevano i bucatini all'amatriciana. Quelli mi vengono bene sempre: datemi un pezzo di guanciale e è fatta. E poi le preparavo un tiramisù che a Parigi non l'avevano mai visto e chissà se adesso qualcuno gliel'ha insegnato.
    La maggior parte delle persone, quando deve descrivere la vita, dice che è un fiume, una strada, una montagna. Un filo sottile e trasparente... Per me e Lola, no. Per me e Lola, la vita era (prendi un bel respiro) una tavola apparecchiata canticchiando e il bisogno di sedervi con qualcuno che portasse il tempo battendo con la forchetta sul bicchiere, con senso del ritmo e maleducazione; niente più di questo.

    A Parigi, ero arrivato una sera che pioveva, altissimo e povero, con in mano l'indirizzo dello zio di un amico, che per quanto ne sapevo poteva anche essere morto o emigrato in Olanda. Mi ero inventato prima imbianchino e poi cameriere. Avevo conosciuto Carmine, conosciuto stanze con le macchie sottotetto, conosciuto la durezza di una lingua che non è tua ma piano piano, se ti impegni, lo diventa. Avevo imparato a distinguere desideri e bisogni, e il gusto incosciente di trascurare i secondi per soddisfare i primi. A Parigi, avevo incrociato la donna della mia vita e visto morire l'uomo della donna della mia vita. Passato giorni confusi, dormito notti insonni.
    Ne sarei ripartito un mattino di sole, con addosso un sorriso triste e un bagaglio leggero: sembrerà una banalità, ma la maggior parte delle cose, le avrei portate dentro.
    Chiesi a Lola di vederci un'ultima sera.
    Scelsi un martedì o un giovedì, perché la volevo colorata di adrenalina e stanchezza.
    Complimenti per il frac, disse Carmine, aprendoci la porta con un inchino.
    E scelsi il solito tavolo, perché tutto doveva essere perfetto. Lato ovest, angolo finestra, semibuio: ci tengo, agli addii.
    Lei ordinò il suo tipico menu. Io ordinai una pasta al pesto e del formaggio italiano.
    Avevi promesso che ci saremmo sposati, dissi mentre aspettavamo il primo.
    Le promesse sussurrate mentre si fa l'amore non valgono, rispose lei, due portate più tardi.

   
È una storia bellissima.
   
C'è qualcosa che non ti ho raccontato.
    Giulio strofina contro il tovagliolo le dita unte di pollo. Guarda in basso oppure di lato.
   
Arnaud.
   
Eh...
   
L'ho avvelenato.
    Secondi di silenzio. 

    In cui Giulio non ha idea di cosa lei faccia, perché sta ancora guardando altrove.
   
Quel pomeriggio, era passato al ristorante per un caffè.
    Un paio di respiri lunghi.
    Un pacchetto di sigarette poggiato sulla tavola.

    Una risata che arriva da un'altra conversazione.
    Quando Giulio torna a guardarla, la ragazza che somiglia a sua nipote sta intrecciando le dita nei riccioli biondi. Lo scruta dal basso verso l'alto.
   
Sta scherzando, vero?
    Giulio porta alla bocca una sigaretta spenta.
   
Sono un vecchio tabagista storyteller. Le donne non mi guardano più, ma io so ancora tenerle incollate ai miei racconti per qualche decina di minuti.
   
Io potrei innamorarmi, di lei.
   
Tu potresti essere mia nipote.
    Rigira in bocca la sigaretta spenta e guarda divertito la ragazza.
    Lei apre la borsetta. Tira fuori una biro. Scrive qualcosa sul retro del suo scontrino. Se ne va.


[qui una piccola galleria fotografica]